Un paese fermo

Nella società dei consumi e dei numeri, si usa dire che un paese è fermo quando non c’è crescita del Prodotto interno lordo (PIL), una grandezza che misura, in parole povere, ogni cosa o servizio accresca il reddito complessivo di una nazione.
Sappiamo però, grazie a una manciata di liberi pensatori e non certo dai nostri telegiornali che sono un monumento all’idiozia, che si tratterebbe in realtà di un parametro “stupido”, nel senso che il PIL ci dice quanto misura la crescita di un paese in termini quantitativi, ma nulla ci dice sul merito della crescita. Così, il malaffare che ruota attorno alle discariche abusive in Campania, ad esempio, genera un aumento del PIL (si pensi, fra le tante voci, ai mezzi pesanti che le cosche mafiose acquistano per movimentare i rifiuti o per realizzare le cave) ma incidono pesantemente sul tessuto sociale, allontanano centinaia o migliaia di giovani dalla legalità, insomma succhiano forza lavoro in nero e determinano evasione e criminalità diffuse nella terra in cui operano l’abuso.
E nulla dice, il PIL, sulla qualità della vita e sul senso di vuoto (o di pieno) delle nostre giornate.
Un noto sociologo polacco, Zygmunt Bauman, sostiene che il consumismo prepara il proprio terreno in una società insoddisfatta per definizione, e si ciba – per così dire – della nostra sistematica frustrazione.
Un popolo insoddisfatto, deprivato del passato e del futuro, un popolo senza memoria e senza proiezione in avanti.
Secondo Bauman, una società abituata a cogliere l’attimo, a vivere il momento, costringe se stessa a un ricambio continuo e incessante di tutto ciò che offre il mercato: ogni oggetto, ogni moda, ogni articolo deve avere una vita sempre più breve. Pensiamoci bene. Quando ci lasciamo affascinare da un messaggio promozionale, ciò accade perchè ci viene trasmessa la sensazione che quel prodotto sia “finalmente” perfetto, il coronamento delle nostre aspettative, il raggiungimento della soddisfazione; ma a distanza di un tempo relativamente breve arriverà, implacabile, un nuovo prodotto e un nuovo messaggio che daranno il senso dell’inutilità (badate bene, non dell’imperfezione ma dell’inutilità) dell’acquisto precedente. Quello che fino a ieri ci è parso in grado di soddisfarci, ci viene rappresentato come del tutto insoddisfacente, inadeguato, demodé: da buttare, da rottamare. La parola d’ordine è diventata rottamazione, non più accumulazione. Avere in casa un telefonino di terzultima generazione è ormai quasi imbarazzante, non sia mai che lo veda qualcuno.
Ecco, credo che la misura del PIL non sarebbe poi così decisiva se ci rendessimo conto che si sta facendo di noi (specie delle nuove generazioni) una indifferenziata mandria addestrata a non avere identità (da dove veniamo, e non in senso filosofico, ma pratico: quanti ragazzi sono a conoscenza o sono in minima parte interessati alle storie e alle origini dei propri nonni?) e a non avvertire il senso del futuro, fumoso concetto che impedisce di realizzare immediatamente la felicità e che costringerebbe a investire sul presente (istruzione, lavori umili, aggiornamento formativo, risparmio) con dispendio di energie e senza garanzie di successo.
E’ un paese fermo, a mio avviso, quello che abitiamo.
Lo è – nel piccolo – anche Arborea, dove per ogni giorno trascorso si perde un’occasione di riscossa e ci sono appena le forze per conservare il modesto presente a disposizione. Nulla fa la chiesa, meno di nulla la politica, compreso il partito di cui faccio parte (che almeno ci prova, magari sbagliando tutto). I ragazzi di questo tempo sono assai meglio delle generazioni passate, perchè hanno acquisito da bambini molti più stimoli all’apprendimento di quanti potessimo averne noi nell’età dei giochi. Ma sono sottoposti a un tale bombardamento di informazioni, a tutto campo, che non si permette loro di lasciare decantare nulla. Così, niente diventa tendenza e niente si approfondisce. La conservazione tanto degli oggetti quanto dei valori è un peso di cui disfarsi in fretta, perchè tutto è in scadenza.
Rimangono le cene e le sagre popolari, emblema di un paese fermo.

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