Televisione
Un menestrello fra i pagliacci
Mentre Roberto Benigni recitava il suo monologo, un’opera d’arte, un quadro in narrazione, la regia del festival alternava la sua figura di menestrello a quella delle prime file in platea.
Si avvertiva una distanza siderale. Erano in tanti, i presunti detentori del potere italico, e che pena guardarli.
Le signore e i signori dello spettacolo e della politica, i dirigenti Rai, i funzionari a vario titolo. Presenzialisti abbarbicati alle poltrone del Teatro Ariston, annodati alle loro cravatte o imparruccate come bambole.
Le avete viste le espressioni di chi ci governa, chi intrattiene i nostri insulsi pomeriggi televisivi con trasmissioni “tanto al chilo”, chi decide i palinsesti? Le avete viste le bionde attempate con gli occhi gonfi di sonno e le labbra gonfie di ritocchi estetici, gli organizzatori del festival che applaudivano solo se inquadrati dalle telecamere? Vedevate i sorrisi forzati di questi dinosauri, la maschera da joker del Ministro La Russa, autocertificato fascista, mentre Benigni con grazia infinita urlava la bruttura abissale del razzismo e del nazismo?
Avete osservato la stupidità dipinta in volto del Direttore Generale della Rai?
E infine, avete colto il terrore nei loro occhi al rischio che un comico potesse demolire, nel giro di poche battute, l’impalcatura del potere nazionale?
Le teneva tutte in mano, il buon Roberto, queste maschere di gesso.
E quando ha terminato il suo numero, con la commovente interpretazione del giovane Mameli, è partito un applauso scrosciante che nelle prime file, quelle delle autorità (!), aveva il sapore misero di un senso di liberazione.
Abbiamo in Italia dei governanti che detestano il talento, rifuggono l’arte, temono la conoscenza e ignorano la cultura. Trovano consolatorio il finale, sospirano con sollievo all’uscita di scena del più grande uomo d’arte del nostro povero Paese.
Oggi ho sentito una dichiarazione di Masi, Direttore Generale Rai, che diceva a proposito di Benigni di “avere apprezzato certe parti più di altre” e dicendo questo davvero non si rendeva conto – giuro – della sua pochezza, della sua irrilevanza, e dell’irrilevanza delle sue dichiarazioni.
L’ultimo Gaber cantava “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.
Evviva le persone libere!
Lettera agli autori di “Vieni via con me” (Raitre)
Credo sia importante trasmettere la solidarietà a una trasmissione innovativa e coraggiosa che fa onore al servizio pubblico. Gli attacchi “preventivi” (cioè precedenti alla messa in onda) e quelli più recenti, devono essere nettamente spediti al mittente. E siamo anche noi spettatori a dover parlare.
Questa è una lettera che ho spedito a Michele Serra, giornalista e autore della trasmissione, il quale ha gentilmente risposto e ringraziato.
Facciamo sentire la nostra voce.
“Salve Michele,
considerare il contraddittorio come garanzia di completezza di informazione, o per “amor di verità” è una tendenza esclusivamente italiana, in particolar modo nell’ambito della notiziabilità politica nei nostri tg Rai e Mediaset. Nel resto d’Europa, l’attendibilità e credibilità del giornalista rappresenta la prima e principale garanzia di autorevolezza, e non prevede di norma che per raccontare una notizia di cronaca parlamentare in un telegiornale si debba “garantire il contraddittorio” tra le parti avverse del panorama politico-istituzionale (invito a consultare un’interessante indagine dell’Osservatorio di Pavia sul “rapporto tra politica e giornalismo in Italia”) Temo che la nostra anomala abitudine a prestare microfono prima a Tizio e dopo a Caio sia nient’altro che il riflesso della scarsa incisività del giornalismo italiano, categoria da qualche tempo poco incline all’esercizio della cronaca e quanto mai affetta dall’ansia del compiacimento – quando non del diretto comando – del Palazzo.
Bene ha fatto, dunque, il Capo Struttura di Rai3 a declinare la richiesta di Maroni di avvalersi del “contraddittorio” rispetto al monologo di Saviano, che (proprio in quanto monologo) nasce e muore da sè. Può legittimamente attirare consenso o dissenso, ma non legittima alcuno a considerarsi in credito di una replica.
Il tono da “bassa Lega” – mi passi il gioco verbale – del Ministro Maroni, grezzo e volutamente intimidatorio, credo sia stato da voi autori abbondantemente previsto alla vigilia, per cui mi auguro non scuota la linea che fino a oggi avete faticosamente saputo conservare e tutelare.
Roberto mi emoziona: è un ragazzo più giovane di me a cui è negata la normalità. Giovani come lui, o come ad esempio Peppino Impastato, tendiamo a considerarli “eroi” forse anche per celare a noi stessi una diffusa mediocrità.
Se può, Michele, porti a Saviano la stima e la solidarietà di tanti miei concittadini e corregionali, e il mio modestissimo personale abbraccio. Complimenti a tutti voi!”
Davide Rullo
“Grazie Davide. La solidarietà di ciascuno ha il suo peso specifico. Roberto è sommerso di mail affettuose, la redazione anche. Il più è fatto, proviamo ad andare avanti.
Un abbraccio”
Michele Serra
Fratello Roberto
La puntata di ieri di Annozero ha mostrato in modo drammatico la profondità della crepa.
Questo ha prodotto il cosiddetto bipolarismo parlamentare, ovvero una grave spaccatura in due blocchi che sembrano ormai guardarsi in cagnesco e le cui differenze non sono più riconducibili a vere o presunte questioni di principio, né di metodo, ma al senso di appartenenza a una squadra, alla difesa a oltranza dei colori della maglia.
L’obiettivo della Destra a me pare evidente: accentuare il divario economico e culturale tra nord e sud Italia, incentivare l’irrequietezza di un settentrione laborioso ma ferito dalla crisi, toccando corde sensibili quali quelle dell’immigrazione e di una centralità statalista vista come parassitaria e paralizzante; e accompagnare la criminalità organizzata nel meridione, accettandone l’immoralità, il saccheggio delle risorse per mano di cricche affariste più o meno collaterali ai Palazzi del potere, e così constatare l’incompatibilità ambientale con le nuove generazioni oneste e istruite. Avvalersi del sistema Mafia per “innaffiare” la propensione alla corruzione diffusa, che trova terreno fertile laddove le famiglie popolari hanno necessità di accedere al credito (pulito o sporco, basta che sia) per sopravvivere o di sistemare un figlio con un posto di lavoro, fosse anche un “part time” in nero come manovali nelle discariche abusive del casertano.
Perchè le divisioni stimolano gli istinti e scoraggiano il ragionamento: la Destra post fascista e la Lega volgarotta e facilona hanno bisogno di rumeni, talebani e terroni, nemici senza i quali si dissolverebbero presto come vampiri in pieno giorno.
Il collateralismo con la criminalità organizzata non è dimostrabile e neppure sempre penalmente ravvisabile.
Ma, a dispetto di tanti arresti di capi cosca della Camorra o della ‘ndrangheta, la questione morale nasce dall’uso improprio del potere nei nodi di svincolo dell’informazione: la patetica vicenda Saviano-Rai ha dell’incredibile.
Una certa corrente di “pensiero” ritiene Roberto Saviano una sorta di speculatore, un furbacchione che scrive libri sulla Camorra e fa comparsate televisive per accreditarsi a un mercato potenziale, comparendo come l’eroe del bene allo scopo di arricchirsi.
Naturalmente, non lo pensano davvero.
Loro sanno che Roberto è un sacrificio civile, un ragazzo a cui è negato (forse per sempre) il piacere di sedersi in pizzeria con una ragazza, di fare una scarpinata in montagna con lo zio, di guidare una macchina e costeggiare un lungomare canticchiando in solitudine su un cd di Ligabue.
Sanno alla perfezione che Roberto non possiede più alcun diritto alla tranquillità. Per me si tratta di un esempio eclatante mai visto prima d’ora, neanche paragonabile alle pur tristi esistenze di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Lo sanno bene, e il contestarlo li inchioda, ai miei occhi, come collaterali a un sistema criminogeno.
La vita di Roberto mi lascia senza fiato, come senza fiato mi lascia il pensiero che mezza Italia (ma mi auguro meno) possa ritenerlo un teatrante “ammucchiasoldi”.
Le dichiarazioni di Belpietro e Paragone, ieri ad Annozero, aggrappate a mortificanti questioni di ragioneria contabile in assenza di argomenti sostanziali, incuranti della vita perennemente sotto scorta di un ragazzo di talento minacciato di morte dai bruti di un’Italia medievale, sono di tale viltà che la sola idea il mio Presidente del Consiglio possa avvallarle se non addirittura dirigerle, mi convince che se avessi solo vent’anni non esiterei a lasciare il Paese.
Lontano, sulle tracce dell’uomo evoluto.
Renato Soru a Ballarò: ci sono uomini e mezze calzette..
[guarda il video: Renato Soru a Ballarò]



