Società
Addio a Tore Masala
Non solo per vicinanza familiare, ma soprattutto per affetto mi sento di dedicare un saluto a Tore Masala, nostro compaesano, che ci ha lasciato ieri nel cuore della notte, dopo un periodo di malattia.
Signor Tore era uomo di spirito, la sua presenza trasmetteva leggerezza e giovialità. Anche nel raccontare le proprie vicissitudini ospedaliere, sempre più frequenti negli ultimi anni, non perdeva occasione di accompagnare il resoconto con allegro fatalismo, senza fare pesare in alcun modo gli acciacchi fisici e – infine – il progressivo peggioramento delle condizioni di salute.
Sempre attivo nella vita del paese, si ricorda tra le altre cose il suo impegno nel circolo ricreativo in un periodo di grande effervescenza e partecipazione sociale. Uomo di sinistra, critico a suo modo, scaltro nel non farsi mai etichettare ma pungente nelle discussioni. “La vita è un gioco” – ripeteva spesso a me e mio fratello, alla fine di qualche chiacchierata in negozio. Ci mancherà.
A nome dei tesserati pd di Arborea le più sentite condoglianze alla famiglia.
Monsignor Mani e la baracca
Sono trascorsi diciotto anni dal giorno della strage in via D’amelio che costò la vita al giudice Borsellino e agli agenti della scorta, tra cui Emanuela Loi, nostra conterranea.
Mi preparavo a scriverne e credo che lo farò tra stasera e domani, ma oggi mi ha colpito un fatto di cronaca (o di costume, forse è meglio dire). Una storia di parrocchia, per l’esattezza la parrocchia cagliaritana di Sant’Eulalia a Cagliari, quartiere Marina.
Quando avevo meno di dieci anni, il parroco di Medaglia Miracolosa, in piazza S. Michele, era Padre Abbo. Seguivo la sua Messa ogni domenica mattina, la mia famiglia abitava a un centinaio di metri dalla parrocchia. Siccome il quartiere di S. Michele non era esattamente un “gregge” di pecorelle mansuete e allineate, bensì una realtà urbana di Cagliari tra le più complicate e povere, allora come oggi, poteva accadere che durante la celebrazione i ragazzini tendessero a distrarsi, e immancabilmente Padre Abbo sospendeva il rito e riprendeva con voce ferma i piccoli fedeli rumorosi, con una frase che mi è rimasta alla memoria: “A me gli occhi!”. I ragazzini in cappella si zittivano all’istante, i più grandi assiepati numerosi nelle panche centrali sibilavano qualche sorriso, io ancora troppo piccolo per staccarmi dall’accompagnamento dei miei genitori, sgranavo gli occhi e assimilavo, inconsapevole, la sacralità di quel luogo di marmi gelidi, odori caldi, legno cigolante.
Scene di un’Italia che non esiste più: l’irrequietezza giocosa dei giovanissimi, il rimprovero perentorio della tonaca nera, la bonaria approvazione di adulti consolati, in qualche modo, dall’istituzione ecclesiastica, supporto educativo più che Dottrina evangelica. Autorità e autorevolezza coincidenti.
Padre Abbo svolgeva un’azione pastorale encomiabile, frequentando ogni casa, ospite gradito di tutto il quartiere. Conosceva la storia di tutti: povertà, stenti, delinquenza, droga, miseria. Sulle scalette dell’ingresso dell’asilo alcuni brutti ceffi oziavano durante la mattina, e la sera spacciavano e si facevano. La piazza, a notte inoltrata, diventava ricettacolo di siringhe e fazzolettini bianchi, che noi residenti fin da piccoli abbiamo imparato a non toccare e a scansare; lungo la via Bosco Cappuccio – dove abitavo al quarto piano di una palazzina senza ascensore – sfrecciavano motorini guidati da minorenni e vecchie 500 e 127 fiat con motori truccati o smarmittati, talvolta le auto di non residenti si ritrovavano i blocchetti al posto delle ruote. Era consuetudine staccare l’autoradio e portarlo a casa. Ogni notte un allarme, una sgommata, qualche vetro infranto. Non ricordo, stranamente, cani abbaiare.
Padre Abbo, già anziano, non avrebbe salvato San Michele. Attraversava strade e rioni, suonava ai citofoni e faceva tante scale. Portava conforto alle madri, infondeva vigore ai padri, lavava il capo ai ragazzi che spesso, a tredici anni, abbandonavano la scuola e fumavano sigarette. Certo non poteva salvare il quartiere, il mio parroco, ma passando lungo strada, certi pomeriggi, dava l’idea di portare una breve tregua ai disgraziati delle case popolari, una ventata di speranza che magari qualche vita l’ha pure raddrizzata, o una carezza ai tossici che male non gli avrà fatto.
Visto il tutto con gli occhi di bambino, ho idea di una vita spesa bene, con dignità e decoro, quella di Padre Abbo, cui la piazza ha dedicato il monumento centrale ai piedi della Chiesa.
Monsignor Mani ha destituito dal ruolo di parroco di Sant’Eulalia don Mario Cugusi. E’ una vicenda di questi giorni, di cui non conosco i contorni e le vere ragioni. Assumendomi la paternità di ciò che scrivo, conservo un ricordo sgradevole dell’Arcivescovo di Cagliari in occasione della visita di Benedetto XVI nel capoluogo, perchè non mancò di dare a quell’appuntamento di popolo un’aria vagamente elitaria, favorendo Berlusconi di un’aurea da padrone di casa che non gli spettava, relegando Soru (ma con lui la massima rappresentanza dell’isola) al ruolo di comprimario pure un po antipatico. A fine Messa, Ratzinger accoglie in Sagrestia a Bonaria il Presidente del Consiglio e il fido Letta; si appartano, brutta scena. Da sardo, mi sentii come quegli indigeni che accolgono i villeggianti con corone di fiori al collo e li omaggiano con danzatrici del ventre. Si preparava, di lì a pochi mesi, il più scandaloso spiegamento di forze che avrebbe investito l’isola con una propaganda elettorale d’altri tempi.
Don Cugusi ritiene ci siano ragioni poco nobili dietro la decisione del suo allontanamento dal quartiere di Marina. Ripeto, non conosco però i particolari, può darsi l’Arcivescovo abbia invece motivi validi. Rimane, questo si, l’immagine forte di una comunità di fedeli che circonda Mani sotto l’altare, dentro la Chiesa, con l’omelia in corso. Rimane questo documento filmato nel quale l’Arcivescovo si allontana a fatica dopo avere definito la Chiesa di Sant’Eulalia una “baracca” e aver suscitato tra i presenti un moto di rivalsa, quasi di insubordinazione. Monsignor Mani indietreggia, para i colpi (verbali) come può, entra nel sedile posteriore di un’automobile di lusso e si allontana come si allontanano i politici di ieri e di oggi, marcando una distanza abissale tra istituzioni e società civile.
“A me gli occhi!”, disse Padre Abbo, e i ragazzi zittirono, le mamme sorrisero.
Gli fecero una statua.
Balducci, l'Onorevole, il Cardinale e il Marchese del Grillo
Ascoltare il Cardinale Sepe disquisire su ristrutturazioni di immobili, vendite di immobili, svalutazioni e valutazioni di immobili, poi sentire elencare i suoi principali referenti, tra i quali un Sottosegretario e il Presidente del Consiglio di Stato, poi ancora parlare di bilanci preventivi e consuntivi, e ancora descrivere il come e il perchè dei contatti con Bertolaso, con il Ministro dell’epoca Lunardi, con Balducci, e via discorrendo, mi ha fatto riflettere.
Fa riflettere sul senso, sulla stessa esistenza, di uno Stato estero nello Stato italiano. Quale significato dovremmo dare, oggi, allo Stato Vaticano, intriso di economi, addetti stampa, dicasteri, body guard, auto berline a vetri scuri, giornali e giornalisti di riferimento, partiti politici e uomini politici “vicini” ai valori di Santa Romana Chiesa?
Dov’è oggi il confine tra azione pastorale e trame di potere?
Sepe, “dal profondo del cuore”, perdona. Tempo al tempo, Eminenza: prima sarebbe bene stabilire come si sono svolti i fatti e da lì verificare le eventuali responsabilità. Le vengono mosse accuse su tre punti. Innanzitutto, per avere offerto ospitalità a titolo gratuito al Commissario della Protezione Civile, Guido Bertolaso, in uno degli appartamenti di Propaganda Fide, il cui immenso patrimonio immobiliare è di diretta responsabilità del Suo dicastero e in un periodo nel quale le commesse di ristrutturazione di detti immobili vedevano l’ampio coinvolgimento di un impresario, Anemone, supposto membro della famigerata “cricca” del G8, ivi incluso lo stesso Bertolaso; in secondo luogo, gli inquirenti giudicano non congruo e meritevole di approfondimento il finanziamento a fini di ristrutturazione ottenuto da Propaganda Fide a firma dell’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi (circa 2,5 milioni di euro di soldi pubblici dello Stato italiano a beneficio di uno Stato estero); infine, terzo punto (legato al secondo), la vendita di un prezioso immobile in via dei Prefetti a Roma, acquirente proprio il Ministro Lunardi, a un prezzo quattro volte inferiore a quello di mercato. E’ in piedi una seria ipotesi di corruzione. Ferma restando la presunzione di non colpevolezza fino a compimento dell’iter giudiziario, rimaniamo quanto meno prudenti su chi debba concedere cristianamente il perdono e chi dovrà eventualmente chiederlo.
Resta a mezz’aria la spiacevole sensazione di una Chiesa che si auto conserva. Al blocco granitico sulle questioni etiche, ben ancorate a tradizioni millenarie, si abbina una sorprendente modernità nell’utilizzo degli strumenti di economia e finanza, nella comunicazione con la classe dirigente italiana, nella gestione dei mezzi e dei tempi di informazione.
Perchè, ad esempio, Monsignori e Cardinali intervengono su temi etici e morali nell’imminenza delle elezioni e non invece il giorno successivo? Etica e Morale sono temi di coscienza, non dovrebbero riguardare volontà più o meno latenti di inquadramento elettorale.
Perchè poi, soprattutto, non mettere freno a questa tendenza, questo costume, di evidente collateralismo tra poteri forti? In tempi di spaesamento, anche morale, di disgregazione sociale, di scarso senso di solidarietà e di fratellanza, di pecorelle smarrite, naufraghi, esclusi, disoccupati, dimenticati di ogni sorta, un Cardinale che si fa presentare l’onorevole Ministro, o viceversa, è molto ecclesiale e molto romano.
“Siete disposto Voi a difendere il Papa, se necessario fino all’estremo sacrificio?” Chiese il “Pontefice” Paolo Stoppa.
“Santità, se necessario..” rispose il Marchese del Grillo.
Lettera aperta al Parroco di Arborea
Caro don Silvio,
pubblico questo articolo in forma epistolare, augurandomi di stimolare una tua risposta. Ho buone speranze in tal senso: è nella tradizione della Chiesa, direi nella sua natura, aprire alla discussione, alla riflessione, all’approfondimento. Il tuo stesso “foglio” mensile non manca di testimoniare una certa insofferenza per l’apatia e il disinteresse diffusi, credo non solo nella nostra comunità ma immagino anche altrove, specie nei piccoli centri.
I presupposti ci sono tutti, allora, per avere da te un chiarimento.
Scorrendo questo blog troverai, appena sotto queste righe, un recente articolo che ho pubblicato prendendo spunto da un episodio avvenuto nella borgata del Centro 1, e ad esso ti rimando senza ripetermi. Nella sostanza, riflettevo sulla strana morfologia di questo strano paese. Il quadro è piuttosto desolante: un corposo elenco di fabbricati, immobili, caseggiati in disuso, in degrado, in completo abbandono. Mi domandavo il perchè di una anomalia tanto grossolana, l’anomalia di un piccolo paese il quale, a fronte di una lampante esigenza e richiesta di spazi di aggregazione, appare incapace di attrezzare le proprie risorse urbanistiche e offrirle secondo le forme che si ritengano opportune.
Non vado oltre nell’analisi del problema, che in modo più generale ho trattato nell’articolo della scorsa settimana.
Nel breve periodo si può fare poco, ma un segnale importante potrebbe darlo il Parroco di questo paese.
Caro don Silvio, l’unico spazio di socialità significativo di questa comunità è il Teatro dei salesiani, che dopo i recenti cambiamenti in seno alla Diocesi non so se si possa ancora definire “dei salesiani”, ma cambia poco la sostanza. So bene (si tratta di una posizione nota a tutti) che la scelta finora è stata quella di escludere appuntamenti di natura politica o partitica. Una linea che anche i tuoi predecessori hanno sposato, quindi è di certo coerente, ma che oggi mi sento di discutere con te. La mia impressione, che con il passare degli anni è divenuta opinione, è che a dispetto dei buoni propositi, del politicamente corretto, del buon senso esibito, Arborea in realtà soffra quasi ogni tipologia di organizzazione sociale, specie quelle senza fini di lucro come le associazioni, le fondazioni, e i famigerati partiti politici. Ne consegue il fastidio e un certo disagio nei confronti di chi si adopera (talvolta si ingegna) per dare forma e seguito a gruppi organizzati.
Non è una critica nei tuoi confronti. Mi viene anzi in mente un esempio piuttosto recente che testimonia il piacere del nostro Parroco verso le iniziative aggreganti. Qualche tempo fa, grosso modo due mesi a oggi, ho partecipato alla presentazione del secondo libro di Costantino Fois. A serata avviata, anche tu hai presenziato alle ultime battute e hai avuto piacere di intervenire, mi è parso non solo in quanto “padrone di casa” ma soprattutto per la volontà di offrire una testimonianza, a margine di una iniziativa che anche io ho trovato, devo dire, molto scorrevole.
Non dubito, dunque, del lavoro che ogni giorno – per la veste che ricopri e la sensibilità che il tuo ruolo impone – svolgi a vantaggio e stimolo della partecipazione sociale. Aggiungo: ho pochi dubbi anche sul fatto che, dipendesse unicamente dal tuo buon senso, apriresti le porte del Teatro a momenti di approfondimento e di riflessione, fossero anche espressione della politica. E invece mi pare che non per tua inclinazione, ma per esigenza di adattamento a questo tessuto sociale, la politica sia costretta a rimanere inopportuna, sconsigliabile.
Questa scelta storica dei Salesiani (con i quali anche io sono cresciuto e di cui conservo ricordi splendidi) potrebbe oggi, proprio grazie a te, essere rivista e ridiscussa. Intanto distinguendo per bene la politica dai politici. La prima è la principale forma di impegno civile: l’affluenza e la partecipazione alle iniziative politiche non è una corsa alla mangiatoia pubblica ma una misura della maturità sociale di un paese, una città, un popolo.
I secondi (i politici, ed io non mi sottraggo alla categoria) sono troppe volte espressione di volontà arriviste, corse all’accaparramento degli incarichi, cordialità artefatta e interessata. Ma non è contraendo gli spazi e le occasioni di incontro che miglioreremo la qualità dei nostri rappresentanti, al contrario: aumenteremo la cattiva prassi del politico che avvicina l’elettore (non il cittadino) nel riserbo di un ufficio o magari – e non è molto meglio – adescando il consenso nelle lunghe tavolate imbandite di carne e malloreddus e innaffiate da abbondante vino.
Caro don Silvio, a mio avviso la convivialità è la perfetta via di fuga dei politici dalle proprie responsabilità. Un piccolo paese come il nostro avrebbe altre e migliori occasioni per radunarsi in allegria nel contesto di una cena.
Arborea ha necessità di discutere, confrontarsi, persino litigare.
I nostri giovani non hanno la minima cognizione di cosa significhi partecipare ad una assemblea, al punto che i pochi coinvolti in qualche riunione, ad esempio in mia presenza, mi sono apparsi atterrare in un pianeta sconosciuto. E’ questa la prospettiva che vogliamo offrire alle nuove generazioni? Ti chiedo anche: non è forse un compito pure cristiano quello di aggregare una comunità in nome del senso civico?
Mi auguro che il Teatro apra le porte alla società “parlante”. Ci vorrebbe però – mi permetto – un pizzico di propensione al rischio, quasi all’avventura!
Con amicizia.
Cari saluti
Centro Impastato: "Santificare personaggi come Peppino per renderli inoffensivi"
Il “Centro Impastato” di Palermo risponde al nostro blog. Siamo onorati di poter pubblicare la breve riflessione di Umberto Santino, che a nome dell’Associazione ci invita ad approfondire il tema “Peppino Impastato” e a saperne di più circa le pubblicazioni e le iniziative del Centro. Conosco da anni questa vicenda, mi colpì in particolare la creazione di “Radio Aut”, la forza graffiante della satira (oggi, non a caso, bastonata più che censurata). Da parte mia, per quel che conta, inviterò gli iscritti del Pd di Arborea ad intitolare la sede del partito a Peppino, non appena (..e se!) ne avremo la disponibilità. Grazie!
Gentile Davide,
ho letto il suo scritto su Peppino. Giustamente cerca di ricostruire il Peppino reale rispetto all’icona che si è formata, anche dopo il successo del film.
Purtroppo viviamo un periodo molto brutto, che chissà quanto durerà, per il consenso di cui godono mascalzoni come Berlusconi e i suoi alleati e per l’inesistenza di un’opposizione adeguata. In questo contesto non sorprende che si santifichino personaggi come Peppino, una forma di esorcizzazione che li rende inoffensivi e “digeribili”.
Le invio una nota sul Centro e un’altra su Peppino, con indicazioni bibliografiche.
Potrebbe aggiungere qualcosa come “per saperne di più″, facendo riferimento alle pubblicazioni e al sito del Centro: www.centroimpastato.it.
Un cordiale saluto e auguri per il suo lavoro.
Umberto Santino



