Società

E poi, gente viene qui e ti dice…

Alla fine degli anni novanta accadde qualcosa di molto comune: un certo numero di amici, che si incontrava abitualmente ai piedi del monumento della piazza di Arborea, decise di darsi una scossa. La birra, le chiacchiere fini a se stesse, gli argomenti a rapido consumo non bastavano più.
Erano maturi i tempi per un salto di qualità.
Come si distingue un “salto di qualità” da un banale “far qualcosa di diverso”? Il fare qualcosa di diverso è una momentanea fuga dalla noia, mentre il salto di qualità è l’invisibile, insondabile, presa di coscienza del voler diventare migliori.
A seconda di chi sei, e in base a ciò che sei stato negli anni di formazione, la voglia di qualità prende la strada più consona: quel gruppo di amici alla fine degli anni novanta decise di diventare associazione, una associazione culturale.
Con tutta l’asprezza e l’approssimazione di quell’età che ti allontana dai venti e ti proietta ai trenta, quei ragazzi cominciarono ad assaporare il piacere tribale di chi muta se stesso, trasformando il senso di autosufficienza in senso di appartenenza; e scoprendo nuove alchimie e nuove formule di socialità.
Sembrò, a quei ragazzi, che un numero incredibile di cose si potessero realizzare con la suddivisione dei compiti in base alle rispettive qualità e inclinazioni. Ma prima ancora che si costituissero intorno a regole scritte, nome, statuto, tessere, si accorsero di una diffusa e quasi sfacciata ostilità.
Arborea non conosceva gruppi culturali, e benchè si trattasse (come oggi) di una comunità fondata su cooperazione e associazionismo, vigeva una certa diffidenza da parte del cosiddetto “ordine costituito” nei confronti delle organizzazioni sociali.
Nessuno in politica, nessuno nella comunità parrocchiale, nessuno tra i consiglieri comunali si prese la briga di incoraggiare quel manipolo di giovani a organizzarsi, a creare un collettivo. Nessuno, di quel mondo stantìo che era il mondo degli adulti, fece mai credere a quei ragazzi di potercela fare e – anzi – cominciarono da più parti a denigrare l’iniziativa, osteggiarla al punto di etichettarla politicamente, ora da una parte e ora dall’altra tra le correnti di partito. L’entusiasmo, tuttavia, era tale tra i ragazzi che non balenò mai l’ipotesi di lasciar perdere, così l’associazione culturale venne istituita, e per uno strano gioco del destino si chiamò “Mussolinia” e fu eletto presidente un militante di Rifondazione Comunista!
Anche io facevo parte dei soci fondatori. Come gli altri, faticavo a capire le ragioni della freddezza che ci circondava, anche a seguito delle prime e riuscite iniziative della neonata associazione.
Mi illuminò, come spesso capitava, quel geniaccio che era Gianluca: alla vigilia di un appuntamento culturale, mentre insieme ad alcuni tra i soci si preparava le locandine da affiggere per i locali, arrivò a casa mia con una bozza stampata su un foglio e mi chiese di modificare la versione precedente, perchè intendeva aggiungere dei versi tratti da una canzone e desiderava – così disse – “che diventassero una sorta di manifesto da sbattere in faccia a tutti gli indifferenti e i diffidenti”.
Quei versi, tratti da una canzone di Guccini, furono stampati quella volta e le volte successive, fino all’estinzione della “Mussolinia” per sopravvenuti impegni che, senza eccezioni, pian piano trasformarono i ragazzi in quasi adulti. Ma molti tra noi – che fortuna! – adulti sul serio non lo siamo mai davvero diventati.
Quei versi recitavano:

“E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote…
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual’è il vero vero…
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte fan paura…”

Dedicato ai ragazzi del comitato civico “no al progetto Eleonora” e ai comitati che nasceranno.

Un paese fermo

Nella società dei consumi e dei numeri, si usa dire che un paese è fermo quando non c’è crescita del Prodotto interno lordo (PIL), una grandezza che misura, in parole povere, ogni cosa o servizio accresca il reddito complessivo di una nazione.
Sappiamo però, grazie a una manciata di liberi pensatori e non certo dai nostri telegiornali che sono un monumento all’idiozia, che si tratterebbe in realtà di un parametro “stupido”, nel senso che il PIL ci dice quanto misura la crescita di un paese in termini quantitativi, ma nulla ci dice sul merito della crescita. Così, il malaffare che ruota attorno alle discariche abusive in Campania, ad esempio, genera un aumento del PIL (si pensi, fra le tante voci, ai mezzi pesanti che le cosche mafiose acquistano per movimentare i rifiuti o per realizzare le cave) ma incidono pesantemente sul tessuto sociale, allontanano centinaia o migliaia di giovani dalla legalità, insomma succhiano forza lavoro in nero e determinano evasione e criminalità diffuse nella terra in cui operano l’abuso.
E nulla dice, il PIL, sulla qualità della vita e sul senso di vuoto (o di pieno) delle nostre giornate.
Un noto sociologo polacco, Zygmunt Bauman, sostiene che il consumismo prepara il proprio terreno in una società insoddisfatta per definizione, e si ciba – per così dire – della nostra sistematica frustrazione.
Un popolo insoddisfatto, deprivato del passato e del futuro, un popolo senza memoria e senza proiezione in avanti.
Secondo Bauman, una società abituata a cogliere l’attimo, a vivere il momento, costringe se stessa a un ricambio continuo e incessante di tutto ciò che offre il mercato: ogni oggetto, ogni moda, ogni articolo deve avere una vita sempre più breve. Pensiamoci bene. Quando ci lasciamo affascinare da un messaggio promozionale, ciò accade perchè ci viene trasmessa la sensazione che quel prodotto sia “finalmente” perfetto, il coronamento delle nostre aspettative, il raggiungimento della soddisfazione; ma a distanza di un tempo relativamente breve arriverà, implacabile, un nuovo prodotto e un nuovo messaggio che daranno il senso dell’inutilità (badate bene, non dell’imperfezione ma dell’inutilità) dell’acquisto precedente. Quello che fino a ieri ci è parso in grado di soddisfarci, ci viene rappresentato come del tutto insoddisfacente, inadeguato, demodé: da buttare, da rottamare. La parola d’ordine è diventata rottamazione, non più accumulazione. Avere in casa un telefonino di terzultima generazione è ormai quasi imbarazzante, non sia mai che lo veda qualcuno.
Ecco, credo che la misura del PIL non sarebbe poi così decisiva se ci rendessimo conto che si sta facendo di noi (specie delle nuove generazioni) una indifferenziata mandria addestrata a non avere identità (da dove veniamo, e non in senso filosofico, ma pratico: quanti ragazzi sono a conoscenza o sono in minima parte interessati alle storie e alle origini dei propri nonni?) e a non avvertire il senso del futuro, fumoso concetto che impedisce di realizzare immediatamente la felicità e che costringerebbe a investire sul presente (istruzione, lavori umili, aggiornamento formativo, risparmio) con dispendio di energie e senza garanzie di successo.
E’ un paese fermo, a mio avviso, quello che abitiamo.
Lo è – nel piccolo – anche Arborea, dove per ogni giorno trascorso si perde un’occasione di riscossa e ci sono appena le forze per conservare il modesto presente a disposizione. Nulla fa la chiesa, meno di nulla la politica, compreso il partito di cui faccio parte (che almeno ci prova, magari sbagliando tutto). I ragazzi di questo tempo sono assai meglio delle generazioni passate, perchè hanno acquisito da bambini molti più stimoli all’apprendimento di quanti potessimo averne noi nell’età dei giochi. Ma sono sottoposti a un tale bombardamento di informazioni, a tutto campo, che non si permette loro di lasciare decantare nulla. Così, niente diventa tendenza e niente si approfondisce. La conservazione tanto degli oggetti quanto dei valori è un peso di cui disfarsi in fretta, perchè tutto è in scadenza.
Rimangono le cene e le sagre popolari, emblema di un paese fermo.

I Compagni, gli Amici e i Camerata

Chi ci perde e chi ci guadagna?
Perché si deve temere di perdere qualcosa a mettere nero su bianco il proprio pensiero.
Teme colui che usa le parole per intimidire, per denigrare o emarginare persone ed opinioni a lui scomode, perché sa che la reazione può essere altrettanto aggressiva.
Colui che usa le parole per esprimere il proprio pensiero, lasciando sempre aperta la possibilità al dialogo ed al confronto non ha nulla da temere, può solo aspettarsi una risposta.
Per tranquillizzare chi scrive in questo blog, o vorrebbe farlo, ricordo che non è la prima volta che un parroco di Arborea si esprime contro la sinistra e gli amministratori di sinistra, che allora governavano Arborea, eppure nessuno ci ha rimesso del suo, ma “forse” tutti qualcosa di collettivo.
In quegli anni Gesù Bambino dormiva tranquillo, la comunità d’Arborea era una comunità serena e piena d’entusiasmo per il prestigio che poteva vantare rispetto alle comunità limitrofe.
Ora tutto questo sembra essere finito, l’economia è in crisi le strutture si degradano; le famiglie si disgregano, le statue e i simboli sono fatti a pezzi.
Cosa mai sta succedendo? Colpa della sinistra che non governa più Arborea ormai da un ventennio? Colpa dei sindacati che da sempre svolgono il ruolo di mediazione tra gli interessi del capitale e gli interessi dei lavoratori? Colpa dei nostri giovani che improvvisamente ed inspiegabilmente sono diventati irrequieti ed incontrollabili? Chissà!
Troppo spesso sentiamo dire che è tutta colpa della globalizzazione e della crisi finanziaria, per questo chi è ai vertici d’istituzioni pubbliche e private, si sente sollevato da ogni responsabilità.
Per chi guarda la società con l’unico desiderio di omologarla al proprio pensiero ed alla propria visione sociale, Nichi Vendola sarà sempre un deviato incapace di interpretare ed amministrare i fenomeni evolutivi ed economici che interessano la comunità, mentre Silvio Berlusconi e Lele Mora sono due brave persone che ogni tanto si lasciano andare e combinano delle marachelle, poco importa se di mezzo ci sono ragazzine o anche maschietti.
Non possiamo né aspettarci e né pretendere che la chiesa riconosca alla sinistra un ruolo di guida politica, ma sappiamo che possiamo essere affianco alla chiesa, ma anche essere dove la chiesa non riesce ad arrivare o non vuole arrivare.
In passato l’aver inveito contro i sindacati e i partiti, aver usato le ronde ed i bastoni ha inizialmente pagato in termini di consenso, salvo poi esser dovuti ricorrere alla collaborazione dei partiti, dei sindacati e di tutte le istituzioni democratiche, per rimediare ai disastri causati da chi, con troppa disinvoltura, ha usato quei mezzi e quegli slogan per trascinare la folla verso il suo folle progetto.
Speriamo che i responsabili di quell’atto vandalico contro l’inerme presepe di Arborea, non siano i primi nuclei di ronde, simili a quelle che agli inizi del ventennio fascista giravano per le strade e le piazze a danneggiare simboli e luoghi di culto per intimidire la Chiesa, in onore dell’anticlericale Benito Mussolini.
Chi a poca memoria, è incredulo o semplicemente disinformato, ma e pratico frequentatore dei siti web, può sicuramente trovare tanta documentazione in riguardo alle ronde nere del periodo fascista.
Forse non è il caso di drammatizzare troppo l’accaduto, gli autori del fatto potrebbero anche non essere i nostri ragazzi, magari è il gesto di un singolo in preda ai fumi dell’alcol che può anche essere perdonato, d’altronde anche Gesù crocefisso disse “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno”.
Una cosa è sicura! Tutti siamo chiamati ad un maggiore impegno sociale, una maggiore disponibilità al confronto e soprattutto a stare attenti a non inasprire i rapporti tra le persone che, legittimamente, possono avere opinioni diverse, perché ci sono già troppi segnali di piccoli conflitti che, se amplificati, potrebbero diventare ingovernabili per la nostra comunità.

Aldo Mantovani

Il Diavolo e l’Acquasanta

Prendo spunto dall’articolo “Caro don Silvio, così non va.”
Arborea non ha più una “piazza del paese”, ovvero luogo di naturale confluenza della cittadinanza nei momenti extra lavorativi. Attualmente è molto più semplicemente uno spazio usato come cassa di espansione per le persone in uscita dalla chiesa parrocchiale. Giusto appena per due chiacchiere di rito prima di scappare a casa oppure da continuare al bar.
Proprio per questa mancanza di un luogo così fondamentale per la vita civica, trovavo illuminante, nel vero senso della parola, l’idea di Davide di organizzare incontri e dibattiti per discutere dei più disparati argomenti. A mio avviso di motivi ce ne sono diversi; perché è una cosa che manca (e si vede), perché le discussioni non sono mai abbastanza, perché ognuno ha la sua testa e le sue idee e sarà il caso di finirla di avere il pensiero già definito dal cognome e dalla tradizione di famiglia…e chi più ne ha…
Rimango basito quando apprendo che il parroco non è d’accordo con questa filosofia di coinvolgimento della cittadinanza, ma preferisce i post a distanza tramite pc, alcuni dei quali fanno letteralmente accapponare la pelle, dettati da pregiudizi beceri indegni per una società del 2011 che grazie agli uomini ha dei mezzi incalcolabili per informarsi e acculturarsi.
Non è accettabile proprio da un esponente della chiesa (con la c volutamente minuscola) che ha il dialogo e la comprensione come missione principale. Non lo accetto ma in parte lo comprendo dato che storicamente il clero ha fatto tutto il possibile per evitare una società davvero emancipata e soprattutto “pensante”. Il luogo dove ascoltare deve essere uno e uno solo, come uno solo deve essere il punto da cui arriva ciò che va ascoltato, il pulpito della chiesa, strategicamente bello in alto sulla folla e ovviamente con lo spazio per un uomo solo… e magari con un cancelletto chiuso a chiave per evitare usi impropri.
Da un punto di vista strettamente tecnico non avrei dubbi su chi ha il ruolo del Diavolo e chi dell’Acquasanta.
Quindi a mio modesto parere è verissimo che ad Arborea esista un disagio sociale, ma non è assolutamente dato da quattro ragazzi a cui scappa l’atto vandalico, sempre deprecabile, ma in caso di condanna sempre punito con una pena risibile rispetto a quella inflitta in caso di violenza sessuale e privata!
Inoltre, pescando tra i miei ricordi di gioventù, tutti gli autori di mia conoscenza (diretta e non) di simili “orribili crimini” sono cresciuti uno meglio dell’altro alla faccia del disagio giovanile.
Io sono tra quelli? Domanda non pertinente, non siamo mica in confessionale!
In fede.
Roberto

Caro don Silvio, così non va.

Non mi era ancora caduto l’occhio sulla “bacheca” della pagina facebook del nostro parroco.
Per chi non fosse avvezzo, facebook è un popolare “social network”, ovvero un sito – diciamo così – nel quale ognuno può iscriversi e partecipare con fotografie, video, commenti, stringendo amicizie virtuali e condividendo informazioni, auguri di compleanno, battute, opinioni, insomma uno sconfinato luogo di socializzazione mediatica.
Stamattina ho appreso la penosa notizia della distruzione del presepe allestito nella piazza centrale del paese, proprio grazie a una segnalazione su facebook, così mi sono intrufolato nelle pagine per saperne di più.
Da quello che si evince, anche dalle foto pubblicate, pare che le statue (non so se tutte o alcune) siano state gravemente danneggiate: il Gesù bambino – in particolare – presenta le dita spezzate, da ciò che si vede.
E’ un patetico segno dei tempi, specchio della società di oggi, un pochino anche di quella di ieri forse.
Ma specchio, appunto. Che significa riflesso della nostra società, un prodotto figlio di innumerevoli cause, il risultato di tante piccole mediocrità che sommandosi diventano (anche) questo, cioè vandalismo urbano, degrado dei comportamenti.
Non so se esista una parte “buona” e una “marcia” o cattiva di società. Andrei cauto nel tracciare confini netti e trancianti. In fondo, conosco genitori onesti e laboriosi segnati dalla presenza in casa di figli deviati e talvolta apertamente delinquenti; e conosco ragazzi d’oro benchè figli di genitori sciatti e al limite della decenza, talvolta ai limiti della legge. Una intricata coesistenza di bello e brutto, decoro e degrado, soddisfazioni e delusioni: questa è la società. Interrogarci sul fatto che ci piaccia o meno può essere argomento da salotto, ma di certo ci stiamo tutti dentro. Il vero sforzo, io credo, dovrebbe essere semmai quello di comprendere e contribuire, ciascuno per quel che sa o quel che può.
Non è la pagina facebook di don Silvio, parroco di questo paese, che mi aiuta.
Mi spiace, ma scorrere quei commenti, stamattina, mi ha allibito.
E mi ha avvilito. Don Silvio, a proposito della devastazione del presepe, tra le altre cose sostiene che “non è una questione di degrado sociale…” – io mi domando che tipo di questione sia, se non apertamente sociale. Tutta la discussione che ne segue è una serie di sfoghi, anche comprensibili a caldo, ma non accettabili nella “casa virtuale” del parroco, il quale dovrebbe interrogarsi ma anche sforzarsi di comprendere, perchè a proposito di specchio della società, né io e né un prete, e neanche gli “amici” di facebook, nessuno si può tirare fuori con animo immacolato, e parlare di “ronde”, “bastoni”, e “leggi del taglione”. Quei ragazzi sono nostri, in qualche modo, figli di un paese di quattromila anime, figli di amici, conoscenti, cugini, colleghi, compagni di squadra, vicini di tavolo al bar e magari vicini di banco in Chiesa, durante la messa (chi può escluderlo?). Tirarsi fuori dal mucchio, invocare la “rieducazione”, è tipico di un paese a cui piace avvitarsi nelle tradizioni e non riesce a guardare il futuro con la consapevolezza dei limiti, degli errori, della tolleranza che è necessaria.
Ma ciò che più mi ha avvilito è la sfrontata propaganda politica del nostro parroco: che inneggia alla fine dei sindacati (“quando li scioglieranno sarà sempre troppo tardi..”), a favore della riforma universitaria (“campana a morte per i Baroni dell’Università, presto i funerali..”) che si mostra assai poco tollerante con le altre religioni, che definisce i Verdi in Italia una palla al piede e si dice a favore delle centrali nucleari, che dileggia la sinistra, che confonde Vendola con un difensore della pedofilia, e potrei continuare a lungo, ma è più semplice invitarvi a dare un’occhiata voi stessi.
Tempo fa, proprio dalle pagine di questo blog, scrissi una lettera aperta a don Silvio, chiedendo l’uso del teatro salesiano per discutere anche di politica, naturalmente con garanzia di rappresentanza di tutte le parti in gioco, mi fu risposto che le strutture ecclesiastiche non erano luoghi di approfondimento politico, anche denigrando non troppo velatamente chi se ne occupa ogni giorno, e ingenuamente gli ho creduto.
Ora leggo dalle sue pagine pubbliche la difesa granitica (“forza Dott. Feltri!”) di un giornalista che, a suo tempo, con una becera campagna di giornalismo fasullo, demolì la carriera e la reputazione dell’allora Direttore de L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, definendolo impropriamente “il supermoralista condannato per molestie” (caso Boffo).
Per l’ospitalità che sempre ha offerto alle riunioni del pd all’interno delle sale oratoriane, questo sì, non posso che ringraziare il signor parroco, ma aggiungo che finchè rimarrò segretario di circolo ad Arborea non darò mai più appuntamento ai tesserati del pd presso i locali dell’oratorio o degli interni, poichè dissento apertamente dal modo con cui si interpreta il ruolo di Educatori in quella struttura. Niente di personale, don Silvio, è soprattutto una questione di forma e coerenza.
So che da questo articolo non avrò nulla da guadagnarne, neppure forse dai miei stessi tesserati, e meno che mai ne guadagnerà il mio lavoro. Scrivo a nome mio e mi firmo, tanto mi basta.