Caro Pd, il 5 dicembre scendi in piazza

Circa 300.000 persone – al momento in cui scrivo, e non possono che aumentare – hanno aderito alla libera manifestazione che si terrà il 5 dicembre in Piazza della Repubblica, a Roma. Lo slogan potrà apparire forte agli uomini di apparato politico: “no B-day”, ovvero la giornata del No a Berlusconi. Si dirà, a mio avviso per cercare un pretesto, che il “no” significa poco, che non aiuta la ricerca di un clima più disteso all’interno delle istituzioni e nella stessa società civile.

Allora, partiamo proprio da cosa si intende, o dovrebbe intendersi, per società civile. A parer mio, è civile una società che si mobilita, che si aggrega in nome di qualcosa; è civile un Paese che contesta e discute l’ordine costituito, perchè ciò che è costituito si può migliorare, perfezionare, o in estrema ipotesi mandare a carte quarantotto. Dieci anni fà ci veniva detto e ripetuto che scendere in piazza significava liberare gli istinti peggiori, confondersi nella massa per delinquere impunemente, sfasciando vetrine e rovesciando cassonetti.

Bene, sempre la società civile ha isolato il teppismo, si è sganciata dall’estremismo, nascosto da caschi e fazzoletti sul volto, ed è scesa nelle strade a suon di musica con la freschezza dei giovani e la sobrietà di adulti del ceto medio. Allora si è cominciato a dire e ripetere ai ragazzi dei cortei “che andassero a studiare” e a donne e uomini di essere “strumentalizzati dalla sinistra”, così, senza discriminare troppo, un tanto al chilo. Intanto si è snobbato un numero considerevole di manifestazioni di popolo grandiose, in questi ultimi anni: milioni di cittadini radunati in decine di piazze d’Italia, in contemporanea, derise e sminuite da telegiornali al soldo del potere, smaniosi di snocciolare le notizie del giorno, dalle gare a ostacoli dei cani di razza all’ultimo zaino di moda tra i bambini, da servizi ansiosi di dirci che d’inverno fa freddo, fino all’ultima trovata divertente degli animatori dei villaggi turistici.

Di conformismo diffuso prodiga una società alternativa a quella civile, la società civilizzata: tutti coloro che non contemplano realtà più complesse di quelle servite loro dalla televisione e da qualche giornale di regime. Più di mezza Italia se la spassa con gli insulsi salotti della tv pomeridiana, farciti di tacchini e galline che in cambio di cachet modesti ci consegnano un’opinione su tutto, inscenano discussioni precotte e fingono di litigare tra loro, mentre la società civilizzata assimila questo vuoto, questo parlare di continuo passando dalla strage familiare alla dieta mediterranea, con gli stessi ospiti, nel volgere di un attimo, cambiando due luci allo studio e gasando a bacchetta un pubblico ammaestrato che applaude dietro compenso di qualche euro. Lo spettatore assimila, affonda nel divano, si arrocca dentro casa.

Il Pd, fino ad ora, ha messo a disposizione la propria faccia soprattutto a servizio di questa mezza Italia abbondante. Ha cercato di far breccia in questa grassa fetta di torta elettorale, ammiccando al sistema anzichè graffiarlo, entrando nel salotto di Vespa e accettando le regole del padrone di casa, passivamente come timidi boy scout. Peccato che Vespa non sia un padrone di casa, ma un dipendente pubblico. Peccato, soprattutto, non esser stati capaci fino adesso di allentare un po la cravatta e scendere in strada con le persone che si attivano e si spostano per dare gambe a un’idea, che perdono una giornata di lavoro per stare nella piazza, che fanno la traversata in nave per poter partecipare a un corteo il giorno successivo. Peccato non accorgersi che dietro al no a Berlusconi, si legge chiaramente il no all’assuefazione, all’allineamento, al divanetto di casa. Signor Segretario, non perda l’occasione di aderire ufficialmente alla manifestazione del 5 dicembre a Roma: vorrei che il mio Partito si rendesse conto dell’emergenza che stiamo vivendo, e questa emergenza si chiama Silvio Berlusconi. No all’emergenza democratica, No-B.

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