Archive for gennaio, 2012

E poi, gente viene qui e ti dice…

Alla fine degli anni novanta accadde qualcosa di molto comune: un certo numero di amici, che si incontrava abitualmente ai piedi del monumento della piazza di Arborea, decise di darsi una scossa. La birra, le chiacchiere fini a se stesse, gli argomenti a rapido consumo non bastavano più.
Erano maturi i tempi per un salto di qualità.
Come si distingue un “salto di qualità” da un banale “far qualcosa di diverso”? Il fare qualcosa di diverso è una momentanea fuga dalla noia, mentre il salto di qualità è l’invisibile, insondabile, presa di coscienza del voler diventare migliori.
A seconda di chi sei, e in base a ciò che sei stato negli anni di formazione, la voglia di qualità prende la strada più consona: quel gruppo di amici alla fine degli anni novanta decise di diventare associazione, una associazione culturale.
Con tutta l’asprezza e l’approssimazione di quell’età che ti allontana dai venti e ti proietta ai trenta, quei ragazzi cominciarono ad assaporare il piacere tribale di chi muta se stesso, trasformando il senso di autosufficienza in senso di appartenenza; e scoprendo nuove alchimie e nuove formule di socialità.
Sembrò, a quei ragazzi, che un numero incredibile di cose si potessero realizzare con la suddivisione dei compiti in base alle rispettive qualità e inclinazioni. Ma prima ancora che si costituissero intorno a regole scritte, nome, statuto, tessere, si accorsero di una diffusa e quasi sfacciata ostilità.
Arborea non conosceva gruppi culturali, e benchè si trattasse (come oggi) di una comunità fondata su cooperazione e associazionismo, vigeva una certa diffidenza da parte del cosiddetto “ordine costituito” nei confronti delle organizzazioni sociali.
Nessuno in politica, nessuno nella comunità parrocchiale, nessuno tra i consiglieri comunali si prese la briga di incoraggiare quel manipolo di giovani a organizzarsi, a creare un collettivo. Nessuno, di quel mondo stantìo che era il mondo degli adulti, fece mai credere a quei ragazzi di potercela fare e – anzi – cominciarono da più parti a denigrare l’iniziativa, osteggiarla al punto di etichettarla politicamente, ora da una parte e ora dall’altra tra le correnti di partito. L’entusiasmo, tuttavia, era tale tra i ragazzi che non balenò mai l’ipotesi di lasciar perdere, così l’associazione culturale venne istituita, e per uno strano gioco del destino si chiamò “Mussolinia” e fu eletto presidente un militante di Rifondazione Comunista!
Anche io facevo parte dei soci fondatori. Come gli altri, faticavo a capire le ragioni della freddezza che ci circondava, anche a seguito delle prime e riuscite iniziative della neonata associazione.
Mi illuminò, come spesso capitava, quel geniaccio che era Gianluca: alla vigilia di un appuntamento culturale, mentre insieme ad alcuni tra i soci si preparava le locandine da affiggere per i locali, arrivò a casa mia con una bozza stampata su un foglio e mi chiese di modificare la versione precedente, perchè intendeva aggiungere dei versi tratti da una canzone e desiderava – così disse – “che diventassero una sorta di manifesto da sbattere in faccia a tutti gli indifferenti e i diffidenti”.
Quei versi, tratti da una canzone di Guccini, furono stampati quella volta e le volte successive, fino all’estinzione della “Mussolinia” per sopravvenuti impegni che, senza eccezioni, pian piano trasformarono i ragazzi in quasi adulti. Ma molti tra noi – che fortuna! – adulti sul serio non lo siamo mai davvero diventati.
Quei versi recitavano:

“E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote…
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual’è il vero vero…
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte fan paura…”

Dedicato ai ragazzi del comitato civico “no al progetto Eleonora” e ai comitati che nasceranno.