Archive for giugno, 2010
L'Unione Sarda, che pena…
Un articolo che chiarisce e sbugiarda l’ennesima campagna di denigrazione a carico di Renato Soru, artefici i soliti servi del maggior quotidiano di disinformazione sardo.
La firma è di Carlo Mannoni, Assessore regionale ai Lavori Pubblici della passata Giunta di centro sinistra.
Leggiamo e ragioniamo.
La “palla incatenata” dell’Unione Sarda contro Renato Soru
di Carlo Mannoni
Pensando al rapporto tra l’Unione Sarda e Renato Soru dal 2004 ad oggi mi verrebbe da citare il bel film degli anni ‘70 “I duellanti” di Ridley Scott, nel quale due ufficiali francesi degli Ussari del periodo napoleonico duellano, spinti da un’ossessiva rivalità, ininterrottamente per quindici anni. Ma tale richiamo non sarebbe pertinente perché in quel rapporto c’è assai poco di duello, se non l’interessata ed ossessiva aggressività dell’editore di quel giornale nei confronti dello stesso Soru.
Aggressività che ha avuto inizio, ed è noto, sul finire del 2004 allorquando la giunta Soru revocò la delibera del precedente governo regionale di centrodestra relativa all’acquisto da parte della Regione dei palazzoni in costruzione a Cagliari nell’area di S. Gilla, di proprietà dello stesso editore. Di quella gloriosa giunta era componente, non scordiamolo, l’attuale presidente della Regione Cappellacci.
Di duello c’è poco, dicevo, perché a Renato Soru non sono mai stati riconosciuti da quel giornale, così come dalla consociata Videolina, né il diritto di intervento né quello di replica. Non oggi, come cittadino e consigliere regionale. Tanto meno ieri come presidente della Regione.
Quell’aggressività, che l’editore esprime di norma a “palle incatenate”, è attualmente ancora e più che mai forte, come ci si può ben rendere conto sfogliando l’Unione Sarda di ieri e quello degli scorsi giorni. Ma fermiamoci ad oggi, alla terza pagina di quel giornale che con fare censorio ammonisce con un sei colonne a caratteri pieni dal titolo: “Soru premeva per quell’archistar”. Per poi aggiungere, subito dopo ed appena più sotto: “Il pluri-indagato Casamonti e i progetti per rifare la statale 554″. I titoli in un giornale, si sa, sono tutto, e come mi hanno spiegato in molti, sono la “pancia” del giornale stesso, perché è lì che si scaricano gli umori, buoni o cattivi, del suo editore e del suo direttore. Quindi è con i titoli che bisogna colpire innanzitutto.
Così oggi parte contro Soru l’ennesima “palla incatenata” e con quel titolone si lasciano ad intendere chissà quali sue oscure pressioni perché un “pluri-indagato” come “l’archistar Casamonti” facesse “i progetti per rifare la SS 554″. La realtà è ben diversa ed è rappresentata dall’impegno profuso da chi scrive e da Renato Soru, tra il 2006 ed il 2008, per realizzare un progetto di ammodernamento di quella importante arteria che, con nuovi svincoli e rotonde, consentisse di eliminare tutti i semafori situati nei suoi 14 chilometri a servizio dell’area vasta di Cagliari, interessati da flussi di traffico giornaliero con punte di 60 mila autovetture. E a questo fine la giunta Soru aveva stanziato 60 milioni, 30 milioni nel 2006 ed altri 30 nel 2008.
Quel progetto (che è ancora disponibile sul sito della Regione http://www.regione.sardegna.it/j/v/13?&s=106039&v=2&c=392&t=1 in veste “animata” tridimensionale), era nato nel febbraio 2006 con il bando di gara per la progettazione ed aveva portato alla firma di un importante e complesso “accordo di programma” relativo al tracciato, sottoscritto il 4 luglio del 2008 da Regione, Provincia di Cagliari, ANAS e i Comuni di Cagliari, Monserrato, Selargius, Quartucciu e Quartu Sant’Elena. Prima d’allora sulla SS 554 solo silenzio da parte della Regione. Non a caso ho definito complesso quell’accordo di programma, date le enormi difficoltà incontrate nel disegnare i nuovi svincoli ed apportare le necessarie modifiche del tracciato in una realtà fortemente urbanizzata, venendo inoltre incontro alle esigenze di tutti i comuni che si affacciano su quell’arteria.
Si era parlato, nella conferenza stampa tenutasi subito dopo quell’accordo di programma, dell’esigenza di realizzare almeno uno dei nuovi cavalcavia sulla SS 554 con un livello di progettazione architettonica molto alto in modo da farne un “gioiello” in una realtà urbana e periurbana assai compromessa. Dopo il “ponte strallato” realizzato a servizio dello svincolo per il policlinico universitario a Monserrato, Soru aveva in mente un cavalcavia ancora più bello che assurgesse a simbolo positivo di quella rinata periferia delle periferie, e per la cui ideazione architettonica aveva ipotizzato la possibilità di avvalersi della consulenza di professionisti di altissimo livello.
Casamonti, Archea? L’Unione si sofferma morbosamente su questi due nomi ai quali non ho mai dato rilevanza ed all’esplodere dello “scandalo” del G8 non ho assolutamente associato il nome dell’architetto Casamonti, che ho visto per la prima volta in fotografia oggi sull’Unione Sarda, alla ipotizzata consulenza architettonica per il nuovo ponte sulla SS 554.
Consulenza che non c’è mai stata, se non in un “pour parler” iniziale, dato che l’idea di Renato Soru non poté avere gambe perché i professionisti progettisti erano stati scelti con gara e spettava a loro avvalersi o meno, in totale autonomia, di tale consulenza. Totale autonomia che è stata rispettata senza alcuna pressione perché la committenza pubblica, ovvero l’assessorato regionale dei lavori pubblici di cui ero responsabile come assessore, non diede in proposito alcun incarico né formalizzò tale esigenza.
Però la “palla incatenata” è partita, eccome! Ma si sa, l’Unione Sarda lo ha fatto perché ha molto a cuore i 60.000 automobilisti che quotidianamente percorrono quella strada a servizio, tra l’altro, di un importante ospedale regionale e della cittadella universitaria di Cagliari-Monserrato. Li ha tanto a cuore quegli automobilisti che tace spudoratamente sul fatto che l’attuale giunta regionale non ha ancora posto mano alla progettazione definitiva dei lotti da appaltare sulla base del progetto preliminare dell’intera opera che il 28 gennaio del 2009 avevo presentato, come assessore regionale dei lavori pubblici, ai mezzi di informazione. Così abbiamo perso 15 mesi e della SS 554 con i relativi svincoli non si parla più, con 60 milioni (i famosi residui!) che dormono nel bilancio della Regione.
Ma a quel giornale che gli interessa? Infatti mai un articolo in proposito, solo un goffo tentativo il 20 ottobre dello scorso anno in cui aveva dato voce all’assessore regionale dei lavori pubblici Carta che, bontà sua, ci annunciava balbettando che gli appalti si sarebbero fatti nel 2010. “Forte” aggiungeva il giornalista “dei 223 milioni dell’intesa tra Berlusconi e Cappellacci del 2 ottobre che la Regione ha ottenuto quale copertura degli svincoli a raso”. Fondi ovviamente inesistenti, tolti i 60 milioni stanziati dalla giunta Soru.
Per l’Unione Sarda conta invece altro, com’è di tutta evidenza. Conta innanzitutto distruggere l’uomo Renato Soru tentando di annientarne sul nascere qualsiasi possibilità di “recupero” politico. Se Soru non fosse già politicamente maturo diremmo che quel giornale tenta di “soffocare il bimbo nella culla”. E lo fa oggi in modo più aggressivo che mai nel momento in cui lo stesso giornale si rende conto, e qua “gatta ci cova”, che Cappellacci è sempre più debole ed appare assai probabile, dati gli sconfinati demeriti dell’uomo, che la legislatura abbia una fine anticipata. Noi, con la nostra piccola “fionda” che è Sardegna Democratica, tentiamo quella “palla incatenata” di rimandargliela indietro. All’Unione Sarda, s’intende, ma di rimbalzo anche a Cappellacci.
Balducci, l'Onorevole, il Cardinale e il Marchese del Grillo
Ascoltare il Cardinale Sepe disquisire su ristrutturazioni di immobili, vendite di immobili, svalutazioni e valutazioni di immobili, poi sentire elencare i suoi principali referenti, tra i quali un Sottosegretario e il Presidente del Consiglio di Stato, poi ancora parlare di bilanci preventivi e consuntivi, e ancora descrivere il come e il perchè dei contatti con Bertolaso, con il Ministro dell’epoca Lunardi, con Balducci, e via discorrendo, mi ha fatto riflettere.
Fa riflettere sul senso, sulla stessa esistenza, di uno Stato estero nello Stato italiano. Quale significato dovremmo dare, oggi, allo Stato Vaticano, intriso di economi, addetti stampa, dicasteri, body guard, auto berline a vetri scuri, giornali e giornalisti di riferimento, partiti politici e uomini politici “vicini” ai valori di Santa Romana Chiesa?
Dov’è oggi il confine tra azione pastorale e trame di potere?
Sepe, “dal profondo del cuore”, perdona. Tempo al tempo, Eminenza: prima sarebbe bene stabilire come si sono svolti i fatti e da lì verificare le eventuali responsabilità. Le vengono mosse accuse su tre punti. Innanzitutto, per avere offerto ospitalità a titolo gratuito al Commissario della Protezione Civile, Guido Bertolaso, in uno degli appartamenti di Propaganda Fide, il cui immenso patrimonio immobiliare è di diretta responsabilità del Suo dicastero e in un periodo nel quale le commesse di ristrutturazione di detti immobili vedevano l’ampio coinvolgimento di un impresario, Anemone, supposto membro della famigerata “cricca” del G8, ivi incluso lo stesso Bertolaso; in secondo luogo, gli inquirenti giudicano non congruo e meritevole di approfondimento il finanziamento a fini di ristrutturazione ottenuto da Propaganda Fide a firma dell’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi (circa 2,5 milioni di euro di soldi pubblici dello Stato italiano a beneficio di uno Stato estero); infine, terzo punto (legato al secondo), la vendita di un prezioso immobile in via dei Prefetti a Roma, acquirente proprio il Ministro Lunardi, a un prezzo quattro volte inferiore a quello di mercato. E’ in piedi una seria ipotesi di corruzione. Ferma restando la presunzione di non colpevolezza fino a compimento dell’iter giudiziario, rimaniamo quanto meno prudenti su chi debba concedere cristianamente il perdono e chi dovrà eventualmente chiederlo.
Resta a mezz’aria la spiacevole sensazione di una Chiesa che si auto conserva. Al blocco granitico sulle questioni etiche, ben ancorate a tradizioni millenarie, si abbina una sorprendente modernità nell’utilizzo degli strumenti di economia e finanza, nella comunicazione con la classe dirigente italiana, nella gestione dei mezzi e dei tempi di informazione.
Perchè, ad esempio, Monsignori e Cardinali intervengono su temi etici e morali nell’imminenza delle elezioni e non invece il giorno successivo? Etica e Morale sono temi di coscienza, non dovrebbero riguardare volontà più o meno latenti di inquadramento elettorale.
Perchè poi, soprattutto, non mettere freno a questa tendenza, questo costume, di evidente collateralismo tra poteri forti? In tempi di spaesamento, anche morale, di disgregazione sociale, di scarso senso di solidarietà e di fratellanza, di pecorelle smarrite, naufraghi, esclusi, disoccupati, dimenticati di ogni sorta, un Cardinale che si fa presentare l’onorevole Ministro, o viceversa, è molto ecclesiale e molto romano.
“Siete disposto Voi a difendere il Papa, se necessario fino all’estremo sacrificio?” Chiese il “Pontefice” Paolo Stoppa.
“Santità, se necessario..” rispose il Marchese del Grillo.
L'Aquila: il silenzio sul nostro futuro è tombale e le casse vuote
di Stefania Pezzopane*
A L’Aquila il terremoto è stato un acceleratore evolutivo delle dinamiche sociali. Qui è successo quello che gli osservatori europei si aspettano di vedere da tutti gli italiani. Un risveglio di consapevolezza ha smascherato ogni infingimento del potere berlusconiano e del suo flauto incantatore che da quasi un ventennio, ormai, è la disinformazione ed il populismo ingannevole, col solo fine di abbassare gli anticorpi sociali per stracomandare in libertà. E questa è l’unica libertà che sa concepire il PDL e a cui fa riferimento la sigla del loro partito-caserma.
Ormai è palese che l’informazione è controllata ed i giornalisti minacciati dal peggior regime d’Europa.
Lo scorso 16 giugno 20.000 terremotati hanno dimenticato la loro fede politica ed hanno imbracciato i colori nero-verdi della città per marciare simbolicamente verso Roma via autostrada.
Alla manifestazione c’erano tutti quelli che non vogliono più essere presi in giro. I disperati senza più casa, senza lavoro, senza una città ed un tessuto sociale, senza più fabbriche, aziende e negozi, con un centro storico ancora coperto di macerie nonostante gli annunci del Ministro Prestigiacomo, venuta qui alla vigilia elettorale a promettere di farle magicamente sparire in due settimane (!). Gli stessi disperati a cui i tg ed i quotidiani di proprietà del premier o da lui stesso assoggettati ai propri piani, hanno l’immoralità di raccontare che a L’Aquila va tutto bene: la ricostruzione è stata un successo che ci invidia il mondo e che chi non è d’accordo è un ingrato ed un sabotatore.
I direttori di questi tg, hanno scandalizzato l’opinione pubblica nei giorni del disastro per essersi vantati degli ascolti raggiunti con la cronaca del terremoto. Non hanno mancato neppure un’inaugurazione del progetto CASE. Hanno lavorato comodamente in set molto funzionali alle telecamere, allestiti nei minimi dettagli, compresi gli striscioni inneggianti a Silvio, a spese dello Stato.
Eppure, gli stessi direttori, hanno avuto l’immoralità di ignorare il risvolto imbarazzante di quelle stesse situazioni: un fiume di tre chilometri, di gente arrabbiata e disperata che gridava la disonestà del Governo che ha promesso sulle macerie e negato nel momento della vera necessità, quando ormai le telecamere erano spente.
20.000 persone in una città di sfollati e terremotati di 70.000, è un evento storico. E’ un segnale potente. Dobbiamo risalire ai moti degli anni 70, alla guerra per il capoluogo fra L’Aquila e Pescara per riavere tanta partecipazione sia numerica che qualitativamente motivata.
Non c’erano opportunità politiche in quel corteo. Solo cittadini che hanno ripreso in mano il loro destino perché ne hanno diritto e non vogliono lasciarsi soffocare dagli interessi di imprenditori collusi che ridono e si sfregano le mani mentre la gente muore. Che non tollerano più rimandi, bugie, annunci sui soldi della ricostruzione che non arrivano mai e su un Governo che ha persino il coraggio di richiedere indietro le tasse a chi non ha più nulla a cui aggrapparsi arrivando al sadismo fiscale. Nei terremoti di Umbria e Marche la restituzione c’è stata dopo 12 anni, al 40% ed in 120 rate, ed erano eventi meno drammatici. Nell’alluvione di Alessandria si è restituito il 10% delle tasse non versate. Qui si sta tergiversando persino sull’istituzione della Zona Franca.
Sono 1500 le aziende chiuse. 3000 i posti di lavoro persi. La cassa integrazione è aumentata dell’800%. Le macerie da smaltire, resti di case distrutte, sono 1,5 milioni di tonnellate. La città non c’è più. La gente sopravvive senza vivere nelle nuove new town che garantiscono solo un tetto sulla testa alla metà dei senzatetto. Gli altri si sono arrangiati in sistemazioni di fortuna o sono ancora sfollati in hotel lontani o in caserme. Il contributo di autonoma sistemazione per molti è diventato l’unica fonte di sostentamento e per questo non accettano di entrare in un alloggio, seppure disponibile. Ed il Governo ci vede come normali contribuenti.
Sono queste vessazioni che hanno svegliato la popolazione aquilana e la consapevolezza che il Governo non ha nessun interesse a ricostruire una delle città d’arte d’Italia e si contenta del successo delle new town. L’apparir del vero ha unito istituzioni locali sia di destra che di sinistra, categorie produttive, associazioni, volontariato, enti pubblici e privati, sindacati e persino i Bertolaso boys che tanto grati sono alla Protezione Civile per la gestione dell’emergenza. Come lo è del resto tutta la città, ma le responsabilità dello Stato non possono fermarsi qui.
Ed ancora giovani e anziani, professionisti ed operai, borghesia e proletariato. Sono tutti ingrati sabotatori?
Non pretendiamo tutto subito, come si lascia intendere. Ma dopo un anno e più, il silenzio sul nostro futuro è tombale e le casse vuote. E questo non ci permette nemmeno di immaginarcela la ricostruzione, figuriamoci di programmarla.
Ma questo i TG del Cavaliere imbavagliatore non lo raccontano mai. Hanno preso ad ignorarci da quando abbiamo cominciato ad affrontare quel che restava da risolvere. Evidente che quel poco che riusciva a filtrare del nostro malcontento aveva un effetto disorientante per tutti quelli a cui era stata raccontata solo una parte della verità. E l’Italia ha cominciato a guardarci come ingrati e ingordi. Un effetto strategicamente cercato da Berlusconi e da tutti gli alfieri che gli hanno retto il gioco e che continuano a reggerglielo. Come Gianni Letta, che alla vigilia della manifestazione ha tentato di farci credere che le nostre richieste erano state accolte, che tutto era risolto, solo per sgonfiare la manifestazione.
E due. La prima volta era stato Bertolaso a dare l’annuncio del tutto risolto, alla vigilia di un’altra manifestazione a Montecitorio. E quella volta ci riuscì, vennero in pochi a Roma.
Quando si cerca di sabotare la partecipazione civica, il risveglio di una popolazione, la messa in moto dei cervelli, c’è poco da fidarsi. E’ il contrario della democrazia e dell’interesse pubblico.
Con la manifestazione del 16 L’Aquila si giocava il futuro. Un flop ci avrebbe definitivamente dati in pasto ad un Governo prevaricatore. Ora siamo più sereni perché ci sentiamo uniti, forti e numerosi.
L’ultima offensiva lanciata spontaneamente dai miei concittadini è ai tg RAI. Una valanga di mail di protesta ha già intasato i loro siti ed altre proteste si preparano contro i giornalisti asserviti che hanno dimenticato il loro vero dovere di cani da guardia del potere, non di cani da compagnia.
Che sia L’Aquila l’avamposto di una nuova, dignitosa e reattiva Italia?
* Responsabile Nazionale PD per la Ricostruzione. Vice Presidente del Consiglio Provinciale
Fonte: Osservatorio Articolo 21
La Dignità e il Rispetto
Benché non più recentissima (20 maggio), ho ritenuto di pubblicare questa lettera di una giornalista conosciuta al grande pubblico, Maria Luisa Busi, indirizzata al Direttore del Tg1 Augusto Minzolini.
Si tratta di una rara dimostrazione di amore per la propria professione, salvaguardia della propria dignità, tutela di valori personali e familiari. E’ anche un richiamo al rispetto, di cui ciascuno di noi “ha bisogno”.
E’ la lettera con la quale la giornalista si auto esclude dalla conduzione del telegiornale di rai1 delle ore 20.
Il destinatario, Augusto Minzolini, è persona a cui i valori di Dignità e Rispetto sono del tutto estranei: personalmente, non entrerei a far parte di una sua redazione neanche a peso d’oro.
Speriamo che qualche giornalista de L’unione Sarda, fedele alla linea, tragga da questo documento motivo di riflessione.
Articolo di: Articolo 21
AL Dott. Augusto MINZOLINI
Al CDR
p.c. Dott. Paolo GARIMBERTI
p.c. Prof. Mauro MASI
p.c. Dott. Luciano FLUSSI
Caro direttore,
ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa e’ per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza RAI Sergio Zavoli : “la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”. Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché e’ un grande giornale. E’stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella.
Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati.
Questo e’ il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci.
Non e’ mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del
TG1 e’ un’informazione parziale e di parte. Dov’e’ il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’e’ posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’e’ questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata.
Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L’Italia che vive una drammatica crisi sociale e’ finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale. Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali:
levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può
soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori e’ infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E’ lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori. I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E’ quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica. Un’ultima annotazione più personale. Ho fatto dell’onesta’ e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non e’ tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.
Pertanto:
1) Respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma e’ palese che non c’e’ più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico.
Chi non ci sta e’ fuori, prima o dopo.
2) Respingo l’accusa che mi e’ stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza e’ quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro convention, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3 Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: “il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico e’ quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita “tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali” e via di questo passo. Non e’ ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale.
Ma sappi che non e’ certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma e’ di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti.
Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.
Marialuisa Busi
Roma, 20 maggio 2010
Quale futuro per il Pd ad Arborea?
Nel collegio Arborea-Terralba, in cui ero candidato per le elezioni provinciali, il partito democratico ha raccolto in totale 545 preferenze. Nei soli seggi di Arborea hanno votato per il Pd 464 elettori.
Si tratta di un risultato importante, che apre nuovi scenari e prospettive di crescita, ma andiamo con ordine.
La mia candidatura è scaturita a seguito di una discussione interna al nostro circolo, nella quale ciascuno degli iscritti ha espresso la propria legittima valutazione sull’opportunità del mio nome, ha manifestato apprezzamento, perplessità, anche contrarietà. E’ agli atti, quindi non è un’informazione riservata, la proposta di una candidatura alternativa alla mia, la quale è stata avanzata da uno degli iscritti e per la quale si è andati al voto per designare la persona da candidare al collegio.
Insomma, la vita di un circolo di partito non è affatto noiosa, né gli esiti sono scontati.
All’indomani del voto, si traggono le conclusioni. Anche questa è una fase che prevede una discussione, perchè i risultati delle elezioni necessitano sempre di un’analisi. Alla luce di quanto sopra, nei prossimi giorni sarà convocata l’assemblea degli iscritti (anche per affrontare il tema del tesseramento, in fase di avvio in tutti i paesi) per esprimere una serena valutazione del risultato ottenuto, ma anche per trarre alcune conclusioni circa il modo in cui si è arrivati al voto, sottolineando gli aspetti positivi e negativi dell’attività svolta dal circolo durante il periodo di campagna elettorale, e per valutare senza censure preventive l’operato fin qui svolto dal sottoscritto nelle proprie funzioni di segretario di circolo.
Quindi, quale futuro attende il partito democratico ad Arborea?
Possiamo ritenere incoraggiante il dato per cui 464 cittadini hanno espresso la propria preferenza al nostro simbolo, contro i 162 di ds e margherita alle scorse provinciali?
Contrariamente a quanto si pensi, ci sono luci e ombre.
Quali ombre, visto il buon risultato? Ad esempio, la sinistra nel suo insieme non sfonda. Le destre, sommate in termini di coalizione a sostegno del proprio candidato Presidente, mantengono un vantaggio abissale e confermano il chiaro indirizzo politico di questo paese. Dobbiamo ripensare al nostro ruolo non più all’interno delle quattro mura del partito, ma interagendo con le diverse anime che si contrappongono alla destra, che si sentono alternative a questo governo nazionale, regionale e provinciale.
L’idea potrebbe essere quella di istituire una sede allargata e accogliente per chi non si sente infettato dal virus Berlusconi, per chi rivendica la propria diversità rispetto all’omologazione dei comportamenti sbandierati da un regime ormai nemmeno più mascherato. E dobbiamo dircelo, questa diversità abita anche al di fuori dei democratici, magari non ha tessere in tasca ma preferisce dormire all’aperto anziché accettare la nostra ospitalità. Non siamo così attraenti: molti giovani (e non solo) ci identificano come conservatori, troppo prudenti, farraginosi nel linguaggio e incapaci di intraprendere battaglie vigorose. Tra i 464, ne sono convinto, una buona metà ha votato per la prima volta il Pd e ha inghiottito il boccone con una certa difficoltà. Possiamo però immaginarli come un punto d’approdo, i potenziali democratici di domani o dopo domani. Allora, un luogo che ospiti non soltanto le assemblee del nostro partito, ma apra le porte a uomini, donne e idee che si riconoscono in una scala di valori diversa dalla nostra ma almeno tangente alla nostra. Uomini, donne e idee non omologabili in una campagna di tesseramento, non inquadrabili nell’organico di un partito ancora troppo abbottonato, ma in qualche modo cugini, o buoni vicini di casa. Un luogo, una sede, a disposizione per assemblee, convegni, petizioni, iniziative, aggregazione. Una Federazione della Sinistra di Arborea.
Se così faremo, anche il Pd in quanto tale crescerà in credibilità e otterremo – nel tempo – un “indotto” in termini quantitativi (più tesseramenti) e qualitativi (idee nuove, rinnovamento, intelligenze); l’alternativa a una società seduta e silenziosa ai comandi di un Cavaliere truccato, con i capelli finti, crescerà in breve tempo in un popolo di sinistra che supera il partito democratico ma lo comprende, lo ascolta, magari gli conferisce la guida.
Parleremo di questo, anche di questo, alla prossima assemblea di circolo.



